“In un contesto di censura, come nella West Bank, la videocamera diventa un’arma.”
Con queste parole, Yazan, un filmaker palestinese di soli 24 anni, racconta la sua missione di portare nel mondo le storie di un popolo che lotta per la propria identità e libertà, e che non si arrende davanti alla repressione. In un paese segnato dalla conflittualità e dalla sofferenza, Yazan ci ricorda di non lasciarci prendere solo dai momenti bui ma di cercare sempre la luce in fondo al tunnel.
È con noi da qualche mese, grazie al programma ESC che ha permesso a lui e altri due ragazzi palestinesi di fare un lungo viaggio da Betlemme, Ramallah e Nablus fino a Palermo per mettersi in gioco come volontari, scoprendo pezzo dopo pezzo le realtà associative locali.
Cosa sta succedendo nella West Bank in questo momento?
La situazione generale a Betlemme sta peggiorando, il giorno in cui sono partito per venire a Palermo loro [le Forze Di Difesa Israeliane, d’ora in poi IDF] stavano costruendo cancelli tra città e villaggi, arrestando sempre più persone.
La situazione che riguarda i posti di blocco sta diventando più difficile, i coloni stanno occupando sempre più terra, appropriandosi persino di case e scuole.
Com’è cambiato il territorio palestinese dal 1948?
Dal 1948, il popolo palestinese ha vissuto una serie di eventi che hanno plasmato la sua storia. La Nakba, o “Catastrofe”, è stata uno degli episodi più dolorosi e significativi, in cui centinaia di villaggi palestinesi sono stati distrutti, mentre migliaia di persone sono state costrette a lasciare le proprie case. La maggior parte di loro ha cercato rifugio nei paesi vicini, come il Libano, l’Egitto, la Giordania e la Siria. Altri sono finiti nei campi profughi, dove la loro condizione di esilio è diventata una delle realtà più persistenti e tragiche.
Questa dolorosa diaspora ha continuato a segnare la storia della Palestina, ma l’occupazione del suo territorio ha subito un nuovo capitolo durante la Guerra dei Sei Giorni del 1967. Durante questo conflitto, Israele ha conquistato gran parte dei territori palestinesi, compresa la Cisgiordania e Gaza. Con la fine del conflitto, la Palestina è stata ulteriormente frammentata, con una crescente militarizzazione delle sue terre e una nuova realtà di oppressione per i suoi abitanti.
Nel 1993, gli Accordi di Oslo segnarono una svolta, il territorio palestinese fu diviso in tre aree con diversi livelli di controllo. Le grandi città come Ramallah e Nablus (Zona A) rimasero sotto controllo palestinese, ma sotto stretta sorveglianza israeliana. Le città circostanti (Zona B) furono amministrate dai palestinesi, ma la sicurezza era nelle mani israeliane, con frequenti interventi militari. Infine, la Zona C, che comprende oltre il 60% della Cisgiordania, restò completamente sotto il dominio israeliano, con la costruzione di insediamenti e pesanti restrizioni per la popolazione palestinese.

Com’è cambiata dal 7 Ottobre 2023?
Dopo il 7 ottobre la situazione è ovviamente peggiorata. Ne parlo nel mio primo documentario “Settlers violence: Accounts from Bethlehem” , loro [IDF] non rispettano alcun diritto umano, solo perché si sentono in diritto di farlo. Iniziano rivendicando una piccola porzione di terra, poi si espandono sempre di più fino a ottenere il riconoscimento da parte del governo israeliano, che autorizza la loro occupazione.
Qual è lo scopo dei tuoi documentari?
Uso il potere del cinema per dare voce a chi non ha voce. Ho a disposizione un grande strumento, la telecamera. Il mio primo documentario riguardava le persone colpite dalla violenza dei coloni, realizzando circa 4/5 interviste, scoprendo in ogni luogo una storia diversa. Sono stato a Tqou’, Khalayil Al-Lawz, Al-Makhrour Valley L’idea mi è stata suggerita da Balasan: Initiative for Human Rights Organization.
Nelle storie delle persone che ho incontrato, alcune hanno vissuto violenza diretta, ad esempio sono state picchiate o gli hanno sparato. I miei film hanno lo scopo di mostrare al mondo che ci sono ancora persone che resistono nonostante la violenza dei coloni israeliani.
Filmo innanzitutto per me stesso, poi, se trovo che ciò che ho filmato sia degno di essere raccontato, lo mostro al resto del mondo, per far sentire le voci inascoltate dei palestinesi.
Che tipo di censura, se ne hai incontrata, hai riscontrato durante le riprese?
Girare in Cisgiordania è molto difficile, la telecamera diventa un’arma, perché loro non vogliono che il mondo o nemmeno loro stessi vedano quello che succede, vogliono concentrarsi sulla bellezza delle loro grandi città come Tel Aviv, le belle spiagge e i grattacieli e ignorare ciò che realmente accade “dietro le quinte”.
Sei mai stato preso di mira personalmente per questo?
La mia università è delimitata dal muro dell’apartheid. Una volta, mentre prendevo la telecamera, l’IDF me l’ha sequestrata e ha minacciato di romperla, anche se in quel momento non stavo filmando.
Un altro momento difficile è stato filmare il checkpoint, mio padre era molto spaventato mentre registrava alcune riprese che sono finite nel mio secondo documentario “The Unwanted Path”.
Non puoi filmare il posto di blocco? Perché no?
Perché loro [l’IDF] ti umiliano in ogni modo mentre sei ai checkpoint, ti puntano le armi contro, ti fanno aspettare per ore, ti prendono in giro. Inoltre non vogliono che tu mostri al mondo il loro sistema corrotto.
Cosa intendi per corrotto?
Una volta quando ero al checkpoint mentre tornavo a casa dall’università, sono stato fermato e il soldato ha iniziato a controllare i miei documenti. Quando stavo per andare, mi è stato chiesto di scendere dall’auto e, mentre scendevo, mi sono cadute accidentalmente le cuffie per terra. In quel momento, non potevo semplicemente chinarmi per raccoglierle perché lui mi puntava contro la pistola, mi ha detto di tornare in macchina e di provare a prenderle dal finestrino. Questo è il tipo di umiliazione di cui parlavo. Lui si divertiva a vedermi in difficoltà, quindi ho continuato a riderci sopra, perché sapevo che lo avrebbe fatto arrabbiare. Dopo 10-15 minuti sono riuscito a prendere le cuffie e a superare il posto di blocco, lui ha iniziato a scherzare dicendo cose come “Guida con prudenza” o “Buona serata” come se nulla fosse successo.
In che modo “The Unwanted Path” mostra la situazione socio-economica in Cisgiordania?
Ho iniziato a girare il secondo documentario nel 2021-2022, all’epoca la situazione economica non era delle migliori, ma era gestibile. All’epoca, se volevamo, potevamo andare in Israele a lavorare, perché era l’unico modo per guadagnare un po’ di soldi. Vedi, per lo stesso lavoro in Cisgiordania ti pagano 70 shekel (17/18 euro) in Cisgiordania e 350 shekel (89/90 euro) in Israele
Quindi, anche se la maggior parte delle volte la situazione lavorativa presentava delle difficoltà e non era sicura, come mostro nel documentario, i lavoratori preferivano comunque trasferirsi anche per mesi (se ottenevano i permessi) per guadagnare un po’ di soldi da portare a casa.
L’opportunità c’era. Ora non è più possibile, hanno bloccato i permessi di lavoro, la situazione politica ed economica è peggiorata con l’aumentare della tensione. Molte persone dipendevano dal lavoro in Israele, e lo stesso valeva per loro, perché ora hanno perso la forza lavoro.
Dopo il 7 ottobre hanno [Israele] cercato di sostituire i lavoratori palestinesi con lavoratori indiani o russi, ma questi non hanno svolto lo stesso lavoro e non hanno portato gli stessi guadagni dei palestinesi.
Oltre alla tua attività di regista, hai mai partecipato ad altri progetti?
Ho seguito molti progetti personali. Ho collaborato al progetto “Sounds of places”, un progetto urbano che esplora i suoni della valle di Al-Makhour, di cui i coloni stanno cercando di appropriarsi.
Come palestinesi stiamo resistendo in modo non violento, allestendo dei campi lì. Non sono a conoscenza della situazione attuale, ma prima di partire era in corso. I coloni vogliono appropriarsi di quella terra perché è l’unica area verde rimasta vicino al mio villaggio. Il progetto si concentra sui suoni della natura, che raccontano la realtà di una Palestina libera dai coloni.
Un altro progetto personale riguardava una manifestazione: quando nella nostra città c’è un martire ucciso dalla violenza israeliana, lo portiamo in giro per le strade. Verso la fine, siamo andati al muro dell’apartheid e i soldati hanno iniziato ad attaccarci, lanciando proiettili di gomma e gas lacrimogeni da ogni direzione. Quel progetto è stato il più coinvolgente per me. Ho continuato a filmare anche quando la situazione si stava surriscaldando sempre di più. Per me è stato molto forte rimanere lì e filmare, ho rischiato tutto per catturare quelle immagini e assicurarmi che arrivassero al mondo esterno.
Qual è il messaggio che vuoi trasmettere con il tuo ultimo documentario “The Unwanted Path”?
Non importa quanto saranno difficili le sfide della vita, come palestinesi troveremo sempre un modo per resistere.
Sì, il lavoro di mio padre è molto duro e pericoloso, ma dal suo punto di vista, come ho cercato di mostrare nel documentario, lui ha ancora una vita, una famiglia, degli amici, del tempo libero e la felicità.
Ci sarà sempre luce e gioia dentro di noi, non importa quanto difficile possa diventare la vita.


